Storie di Rugby

12 / 08 / 2019
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Manuela Furlan: “Orgogliosa trentenne, operaia e rugbista”

Manuela è nata con il rugby nel sangue, figlia di appassionati della palla ovale e sorella di un grande appassionato di questo sport. A 17 anni, dopo un’adolescenza da pallavolista, sceglie di cambiare e sposare quella che per anni era sempre e solo stata una passione esterna: da quel momento nasce una nuova Manuela, un giorno Capitano della Nazionale Italiana femminile.

Quella di Manuela e del rugby è la storia di un amore travolgente, quella di un compagno di vita per e con il quale combattere perché il suo valore corrisponde all’esistenza stessa. Un’esistenza faticosa soprattutto per il lavoro che svolge, ma che lei affronta con orgoglio e determinazione, sostenuta dai valori che il suo sport le ha trasmesso e che corrobora quotidianamente sul campo da gioco.

La passione si è trasformata nel tempo in una vera e propria missione, una battaglia per ottenere il riconoscimento del professionismo che molte donne prima di lei hanno iniziato a disputare e che lei vuole vincere a tutti i costi.

Abbiamo avuto la fortuna e il piacere di incontrarla per scoprire di più su di lei, come donna e giocatrice.

Ciao, Manuela. Innanzitutto grazie mille di essere qui insieme a noi. Com’è nata la passione per il rugby e cosa rappresenta per te?

Rugby è passione, stile di vita e, soprattutto, divertimento. Da piccola giocavo a pallavolo e ogni domenica seguivo mio fratello nei suoi concentramenti di rugby; quando a 17 anni smisi di fare sport, un’amica di mia madre, che giocava nelle Red Panthers, mi disse: “Invece di stare a casa a non fare niente, perché non vieni a provare?”. Provai e da lì non ho più smesso.

Ti sei definita “orgogliosa trentenne, operaia e rugbista”: come queste tre definizioni si complementano per formare la personalità di Manuela Furlan?

Qualche autista potrebbe dire che sono una persona differente tra il lavoro e il rettangolo verde. Di certo il mio lavoro mi mette alla prova tutti i giorni e penso che, se non giocassi a rugby, probabilmente mi sarei arresa ancor prima di cominciare! Quindi è grazie al rugby che sono arrivata felice ai miei 30 anni e orgogliosa delle esperienze vissute. Grazie al rugby trovo la forza per svolgere il lavoro che faccio, senza mollare mai.

Come si avvicinano oggi le ragazze al mondo del rugby? Quali differenze noti nell’approccio allo sport delle generazioni di oggi rispetto a quelle passate?

Forse oggi è più facile intraprendere la carriera rugbistica, anche grazie a quella piccola visibilità che siamo riuscite a ottenere con i risultati positivi degli ultimi anni. È stato fatto molto lavoro dalle varie società nelle scuole per avvicinare quante più ragazze al rugby e poi esistono molte più società sportive che hanno una squadra femminile rispetto al passato. Sicuramente oggi per una ragazza dire “gioco a rugby” non è poi così strano, anzi, tante volte molte persone ci temono e ci ammirano allo stesso tempo. Le ragazze che prima di noi hanno iniziato a giocare, hanno dovuto lottare contro molti più pregiudizi e alcune si sono battute per creare da zero una propria squadra. Diciamo che la strada resta lunga e noi continueremo quello che loro hanno iniziato.

Cosa ti sta colpendo del grande successo che hanno avuto i Mondiali di calcio femminile, in termini di conoscibilità e di risonanza?

La loro realtà la seguo da tempo e devo dire che, finalmente, non senza dopo aver alzato un po’ la voce, le ragazze stanno ottenendo ciò che meritano. Sono stupita più dalle persone che restano sorprese dalla notorietà che stanno avendo ora. Voglio dire, cosa c’è di strano? Finalmente, direi io! Se prima non ci facciamo sentire o non facciamo risultato, difficilmente si parla delle donne. Spero che il tutto non si racchiuda solo nel contesto del loro Torneo Mondiale, ma che sia l’inizio per il loro avvicinamento al professionismo. Glielo auguro col cuore.

Ringraziamo Manuela Furlan per il suo tempo e per aver condiviso con noi il suo percorso di carriera, oltre che aneddoti circa la sua vita.